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Se a livelli quantitativi la produzione di Sun Ra non ha mai avuto cali, gli anni ’60 sono stati particolarmente proficui in termini di qualità; vale sicuramente la pena accennare a dischi come Nothing is… (Esp-disk) e all’ottimo Outer spaceways incorporated (Black lion) prima di soffermarci un po’ più approfonditamente su questo Atlantis che chiude idealmente il decennio. Mai come in questo disco è evidente il dualismo della musica di Sun Ra: infatti i primi 5 brani – il “lato A” dell’LP per capirci – sono dei piccoli lavori dove troviamo Sun Ra da solo al Hohner clavinet (un modello di pianoforte elettrico di produzione tedesca) su uno stuolo di percussioni di evidente origine africana. Le atmosfere vanno da quelle più letargiche di Mu e Yucatan nella versione “Saturn”, al funk ante-literam di Lemuria, fino all’orgia percussiva di Yucatan nella versione “Impulse” (inserita nel 1973 quando quell’etichetta ha ripubblicato il disco) e di Bimini. Di tutt’altro tenore i quasi 22 minuti della suite Atlantis: ritorna l’Astro-infinity Arkestra al gran completo con il leader al Gibson Kalamazoo organ (quello di Manzarek dei Doors per capirsi) per produrre un coacervo sonoro di difficile decifrazione con continui cambiamenti di ritmo e tonalità. La materia musicale è densissima e lascia l’ascoltatore attonito, investito com’è da una massa quasi informe e senza punti di riferimento in un’astrazione quasi assoluta.

Francesco Soliani – jazzer.it










Personnel: Sun Ra (Clavinet, organ); Marshall Allen (flute, oboe, alto saxophone, percussion); Danny Thompson (flute, alto saxophone); Pat Patrick (flute, baritone saxophone, percussion); Robert Cummings (bass clarinet); Danny Davis (alto saxophone); John Gilmore (tenor saxophone, percussion); Wayne Harris, Ahk Tal Ebah (trumpet); Bob Northern (French horn, horns); Charles Stephens, Ali Hassan (trombone); C. Stephens, Chip Stephans (horns); James Jacson (drums, log drum, percussion); Clifford Jarvis, Bob Barry, Robert Barry (drums, percussion).



Tracks: 1. Mu 2. Lemuria 3. Yucatan - (Saturn version) 4. Yucatan - (Impulse version) 5. Bimini 6. Atlantis





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Uno dei capolavori del movimento free-jazz. Il primo album registrato da Sanders dopo la morte del suo maestro John Coltrane a cui collaborano fra gli altri Lonnie Liston Smith, ex pianista di Gato Barbieri e il cantante e percussionista Leon Thomas che in seguito farà parte della band di Carlos Santana. Nato nel 1940 a Little Rock, Arkansas, Farrell Sanders inizia a studiare pianoforte , clarino e batteria per poi dedicarsi al sax tenore con il quale comincia a suonare con dei gruppi all’Università di Oakland. Dopo qualche anno si trasferì a New York e grazie all’interessamento di Don Cherry ottenne il suo primo ingaggio da professionista. Lì conobbe prima Sun Ra, con il quale lavorò a stretto contatto ( fu lui a soprannominarlo “ Pharoah “ cioè il “ Faraone “ ) e poi John Coltrane, la sua influenza musicale più importante , suonando nei suoi dischi di sperimentazione free-jazz " Ascension " e " Meditations ". Musicista geniale, estroso e creativo , Sanders realizzò due dischi “ Pharoah “ e “ Tauhid “, quest’ultimo considerato la sua vera opera prima , lavoro dove metteva in risalto l’interesse per la religione Hindu e le divinità egiziane. Musica coraggiosa diretta conseguenza del misticismo e la spiritualità dei lavori di Coltrane. Era il tempo che l’artista dichiarava : “ Più cerco dentro di me e più posso conoscere ciò che io sono e quali sono le radici dell’esistenza, perché Dio è uomo e perché l’uomo è Dio ”. L’autentico momento di partenza di questi concetti è “ Karma “, un viaggio di magnifico free-jazz o come coniato al tempo di spiritual-jazz costruito su due composizioni ” The Creator Has A Master Plan “ e “ Colors “, ma soprattutto la prima con le liriche di Leon Thomas, è una pietra miliare di musicalità libera dove il senso del ritmo e della melodia dell’artista viene intervallato da suoni frenetici, assolo di sax infuocati, il pianoforte di Liston Smith nervoso ed ammaliante. Sono quasi 33 minuti di sofferenza, di travaglio interiore, esplosioni di suoni, oasi di tranquillità e speranza, in un climax misterioso, spirituale, quasi insostenibile . Canta Thomas : " C’era una volta, quando la pace era sulla terra e le gioia e la felicità regnavano. Ogni uomo conosceva il suo valore. Nel mio cuore come desidero ardentemente il ritorno di quello spirito; e piango, mentre il tempo vola. C’è un posto dove l’amore splende in continuazione, e l’arcobaleno è l’ombra di una presenza divina, e il calore del suo amore illumina il cielo, e libera. Vieni con me, non ti accorgi. Il Creatore ha un piano supremo: pace e felicità per ogni uomo. Il Creatore ha fatto una sola preghiera: felicità su tutta la terra. “ E il sax suona con calma poi con impeto, l’assolo di flauto e le percussioni sono un magico fluire e rifluire, poi il piano si allarga melodioso e il basso determina il tempo e queste parole si spargono nell’aria. Questa composizione diventerà uno standand del jazz ripresa felicemente da gente come Don Cherry e Louis Armstrong. La seguente “ Colors “ con il contrabbasso di Ron Carter sono 5 minuti di meditazione, di pace, di liberazione e non poteva essere altrimenti, dopo aver ascoltato le suggestioni visionarie e cosmiche di quelle urla verso il cielo dove la risposta è solo nel cielo.

Mauro Ronconi





Track listing: 1. "The Creator Has a Master Plan" Part 1(Sanders, Thomas) 2. "The Creator Has a Master Plan" Part 2(Sanders, Thomas) 3. "Colors" (Sanders, Thomas)

Personnel: * Pharoah Sanders - Sax (Tenor) * Leon Thomas - Percussion / Vocals * Julius Watkins - French Horn * James Spaulding - Flute (on track 1) * Lonnie Liston Smith - Piano * Reggie Workman - Bass * Richard Davis - Bass (on track 1) * Ron Carter - Bass (on track 3) * Billy Hart - Drums (on track 1) * Freddie Waits - Drums (on track 3) * Nathaniel Bettis - Percussion (on track 1)




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Registrato in un sol giorno (26 gennaio 1968), questo lavoro è il simbolo del movimento free al bivio che rischia, da un momento all’altro, di cacciarsi in un vicolo cieco. Sheep guarda al jazz di cui ha sorpassato la definizione ingaggiando elementi cosmopoliti come Don Cherry e Sun Ra. Un chiaro segno dell’urgenza di rinnovamento improntata su lucidità di fraseggio e freschezza inventiva supportata da un nucleo di musicisti come Ron Carter, Roy Haynes e Jimmy Owens su tutti, che assecondano le imprevedibili esecuzioni del suo sax tenore. […] The Way Ahead ha un’opposta concezione di fondo: musica che si evolve sulle basi del passato senza cancellarlo, ma sviluppandolo. Fondamentale mediazione per un restauro.


1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/Mauro
Ronconi/Arcana


Fiesta





Personnel: Archie Shepp (tenor saxophone); Charles Davis (baritone saxophone); Jimmy Owens (trumpet); Grachan Moncur III (trombone); Walter Davis Jr., Dave Burrell (piano); Ron Carter, Walter Booker (bass); Beaver Harris, Roy Haynes (drums


Tracks:
01. Damn If I Know (The Stroller)
02. Frankenstein
03. Fiesta
04. Sophisticated Lady




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Il sublime e misterioso testamento di Coltrane, che lo incise quando era già minato dal male che pochi mesi dopo lo portò alla tomba. Una musica in cui gli slanci e le furie del passato riappaiono solo a tratti, come fantasmi: mentre il clima dominante è di serena congiunzione panica con l'universo e con Dio. Pagina unica nella storia della musica è il diafano To Be, in cui Coltrane suona il flauto, evocando luoghi immaginari di pace assoluta. Un'opera di chi già sente di non essere più di questo mondo.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



To Be



Personnel: John Coltrane (tenor saxophone, flute); Pharoah Sanders (flute, piccolo, tambourine); Alice Coltrane (piano); Jimmy Garrison (acoustic bass); Rashied Ali (drums).


Tracklist
01. Ogunde
02. To Be
03. Offering
04. Expression
05. Number One



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Dovendo indicare un solo disco di Taylor, molti sceglierebbero questo. La grandiosità della concezione - due ampi brani di venti minuti l'uno - e lo svolgimento insieme imprevedibile e ferreamente logico, non bastano a spiegare il fascino di quest'opera, che avvince l'ascoltatore fin dall'inizio, grazie alla straordinaria bellezza dei suoi temi. Tra i solisti, oltre agli abituali collaboratori di Taylor, spicca Bill Dixon, ospite d'eccezione, e apportatore di un ispirato elemento di contrasto.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



Conquistador




Personnel:
Cecil Taylor (piano)
Bill Dixon (tromba)
Jimmy Lyons (sax alto)
Henry Grimes, Alan Silva (contrabbasso)
Andrew Cyrille (batteria)

Tracks:
01. Conquistador (Taylor)
02. With (Exit) (Taylor)
03. With (Exit) [alternate take] (Taylor)



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Opera infernale e celestiale, segna il punto di rottura del quartetto Coltrane, da cui Tyner ed Elvin Jones si staccarono subito dopo, gettando la spugna. Se si ha il coraggio di oltrepassare il paesaggio sonoro da fantascienza dei primi minuti - un diluvio di fischi e tambureggiamenti in cui nessun essere umano parrebbe potersi addentrare senza timore - si affronta un viaggio tra visioni sulfuree, urlanti, arroventate, e visioni cristalline, mormoranti, fresche e rigeneratrici. Coltrane costruì l'opera come un collage di cinque composizioni distinte, in cui le opposte polarità si alternano in modo sconcertante ma sagacemente pianificato; e i suoi assolo sono di una semplicità ascetica.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



Serenity




Personnel: John Coltrane (tenor saxophone, percussion); Pharoah Sanders (tenor saxophone, tambourine, bells); McCoy Tyner (piano); Jimmy Garrison (acoustic bass); Elvin Jones, Rashied Ali (drums).

Tracklist
01. The Father and The Son and The Holy Ghost
02. Compassion
03. Love
04. Consequences
05. Serenity



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Grazie a John Coltrane nel 1964 Sheep ottiene un contratto con la Impulse. Con questa label il sassofonista registrerà due lavori, “ Fire Music “ e “ New Thing At Newport “ insieme al vibrafonista Bobby Hutcherson. In quel periodo la negritudine e l’africanismo sono le parole chiave negli ambienti jazz, tanto che i grandi protagonisti come Max Roach, Charles Mingus, i Jazz Messengers, Cecil Taylor, John Coltrane in un modo e nell’altro guardano all’Africa realizzando dischi che diventano il primo appoggio alla cosiddetta “ black revolution “. Nasce una linea di sviluppo nella quale si identifica presto la riscoperta e la “ purificazione “ della cultura africana… Archie Sheep con questo disco assurge immediatamente a protagonista di questo movimento che non aveva precedenti perché mai la musica era stata così prossima all’ideologia come all’interno di questo fenomeno. Così, nel momento più infuocato del free, quando imperversava la fascinazione psichedelica e l’influenza del nazionalismo afro-americano, il sassofonista sintetizza in “ Fire Music “ quello che andava sperimentando da anni nella sua vita : dall’impegno politico alla lotta sociale, dal gusto per il recitativo ai suoi amori jazzistici per Ben Webster e Duke Ellington, fino allo sberleffo verso un certo tipo di musica sudamericana che andava per la maggiore. La composizione più emblematica e articolata del disco è “ Hambone “, che si apre con un tempo cadenzato segnato dal contrabbasso su cui si dipana, in discordanza ritmica, un corale di fiati dal vocalizzo atonale. Ad un certo punto la musica si ferma; quindi riparte con una frase di quattro battute che ricorrerà per tutto il brano e che dà il via a un altro più complesso fraseggio ( sempre a quattro voci ) dopo il quale il brano ricomincia. Il primo assolo è quello di Ted Curson, mentre in sottofondo gli altri strumenti oscillano e ripetono una frase tra il 7/4 e 5/4. Un assolo lirico, acido che si scioglie in un passaggio ritmico libero. I tempi si fanno r&b a sostenere il sax alto di Marlon Brown e il trombone di Joseph Orange. E’ un affresco ricco di trovate, di carica emotiva da togliere il fiato. Una musica “ cattiva “, carica di violenza sonora, ribelle come il solo di Sheep che urla selvaggiamente in un clima tribale di esaltazione collettiva fino a spegnersi, ma soltanto per tornare al corale dell’inizio. “ Los Olivados “ ( significa “ I Dimenticati “ ) prende il titolo di un film di Bunuel che alterna sequenze ritmiche lentissime ad altre velocissime con frasi dal taglio tipicamente bop, eseguite volutamente “ fuori tempo “ ad affermare l’importanza dell’improvvisazione collettiva. “ Malcom, Malcom, Semper Malcom “ era in origine una lunga session intitolata “ The Funeral “ scritta per sax alto e dedicata a Edgar Meavers, un altro leader del Black Power. Quando Malcom X viene assassinato, Sheep riscrive il brano adattandolo per sax tenore. Il pezzo inizia con il leader che recita una sua poesia e prosegue in un contesto sonoro dai toni dolenti, funebri. Qui gli intenti rivoluzionari trovano una particolare forma di sublimazione. Un brano che ha un legame strettissimo con il processo evolutivo del Black Power, il quale proponeva in termini molto duri il riscatto e il recupero della negritudine come momento emergente ed esaltante dell’identità umana…Qualcuno insinuò – a torto – un rapporto di amore-odio di Sheep nei confronti di Duke Ellington, in quanto il “ Duca “ veniva percepito dai militanti più radicali come il classico nero asservito completamente dall’industria e al sistema dei bianchi. Ma non era affatto così. Il sassofonista nutriva infatti un profondo rispetto per la musica ellingtoniana e “ Prelude To A Kiss “ – uno dei suoi temi più celebri – viene offerto qui in una versione lenta, languida, affettuosa, densa di invenzioni solistiche. E’ lo stesso Sheep ad affermare : “ Ho scelto questa composizione perché in fondo sono un sentimentale. Duke ha scritto alcune delle più belle ballad in America e spesso mi ispiro a lui “. L’album si chiude con la parodia di “ The Girl From Ipanema “. La famosa composizione di Jobim, che era l’hit discografico del momento, diventa una canovaccio su cui opera il musicista giocando la carta di un caleidoscopio di trovate sul tema, elaborato secondo una prospettiva quasi mingusiana: lo scopo è di stravolgere la cosiddetta musica commerciale sino a renderla sgradevole, grottesca, quasi inascoltabile. Dopo questo lavoro, Sheep si ritrovò ovviamente fuori da certi circuiti di consumo, ma si guadagna l’ammirazione dei musicisti più colti ed eruditi. “ Fire Music “ resta ancora oggi un album emblematico, concomitante con un processo evolutivo legato alla musica come ideologia. Il riscatto e il recupero della negritudine sono visti come un momento chiave dell’identità e sottolineano la necessità della protesta, quella che Antonio Gramsci chiamò “ capacità di odiare “ nel nome più inviolabile dei diritti: farsi uomini e riconoscersi. A tale proposito rimane storica una dichiarazione di Sheep : “ Io sono un artista antifascista. La mia musica è funzionale. Io suono la mia morte per mano vostra. Io esulto perché vivo a vostro dispetto. Do una parte di tutto questo a voi ogni volta che mi ascoltate, il che attualmente non succede mai. La mia musica è per il popolo. Se sei un borghese, allora devi ascoltarla secondo i miei termini…

1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/ Ronconi Mauro/ Arcana





Tracks:
1. Hambone 12:05
2. Los Olvidados 8:36
3. Malcolm, Malcolm, Semper Malcolm 4:40
4. Prelude to a Kiss 4:41
5. The Girl from Ipanema 8:18
6. Hambone [live] 11:52

Personnel:
Archie Shepp - Sax (Tenor)
Marion Brown - Sax (Alto)
Fred Pirtle - Sax (Baritone)
Ted Curson - Trumpet
Virgil Jones - Trumpet
Joseph Orange - Trombone
Ashley Fennell - Trombone
Reggie Johnson - Bass
David Izenzon - Bass
Joe Chambers - Drums
J.C. Moses - Drums
Roger Blank - Drums
Rudy Van Gelder - Engineer



Spoiler :
mp3 320kbps
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"Ascension" è il disco della svolta definitiva, Coltrane abbraccia completamente gli stilemi del free jazz e per l'occasione riunisce attorno al suo storico quartetto (McCoy Tyner, Elvin Jones, Jimmy Garrison), alcuni dei musicisti più importanti dell'avanguardia jazz (Eric Dolphy, Freddie Hubbard, Archie Shepp, Pharoah Sanders, Marion Brown, John Tchicai e altri).

Ha scritto Arrigo Polillo: "Come aveva già fatto Coleman per Free Jazz, egli [Coltrane, N.d.R.] concepì la sua opera-esecuzione-rito come una serie di assoli liberamente improvvisati, raccordati fra loro da passaggi d'assieme preordinati; questi ultimi sono basati su accordi, però opzionali, mentre altre parti sono atonali. La giustapposizione di idee tonali a passaggi atonali, le sovrapposizioni di brandelli melodici a uno sfondo informale, magmatico, ribollente, la grande tensione dei gridanti assoli e il contrasto di questi con la polifonia collettiva, e infine il tempo veloce concorrono a creare un clima di grande eccitazione. Durante la registrazione - assicura chi c'era - le persone presenti in studio non poterono trattenersi dal gridare"[1].


[1] Arrigo Polillo, Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana, Mondadori, Milano 2009, pag. 736.


Ascension [Edition II]



Personnel: John Coltrane (tenor saxophone); John Tchicai, Marion Brown (alto saxophone); Freddie Hubbard (tenor saxophone, trumpet); Pharoah Sanders, Archie Shepp (tenor saxophone); Dewey Johnson (trumpet); McCoy Tyner (piano); Elvin Jones (drums).


Tracks:
1 Ascension [Edition II]
2 Ascension [Edition I]



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La sconvolgente rivelazione di una musica che, in un colpo solo, fa tabula rasa di tutti i problemi, i dubbi, le strategie di ricerca: un salto, compiuto con animale spontaneità, verso un mondo nuovo, di reale libertà da tutto, anche dalle proprie opinioni. Il disco ricevette all'epoca recensioni scandalizzate (una da Kenny Dorham, che su Downbeat gli diede zero). Oggi non appare neppure più tanto sconvolgente, proprio perchè‚ ha fatto saltare un tappo incrostato, liberando gli spiriti e le menti di tante persone, incluse quelle che sono andate ancora più avanti.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)








Albert Ayler Trio: Albert Ayler (tenor saxophone); Gary Peacock (bass); Sunny Murray (drums).


Tracks:
1 First Variation
2 Wizard
3 Spirits
4 Second Variation



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L’ultima grande svolta stilistica all'interno del jazz. Questo manifesto aggressivo e durissimo e stato l'elaborazione compiuta di una tecnica e di un linguaggio basato esclusivamente sulla libertà formale degli esecutori. É l'anarchia sonora che rompe con la tradizione dove l'unico elemento che vi resta agganciato indissolubilmente è la negritudine. Con Free Jazz, Coleman e il suo Double Quartet spezzano le regole e rompono definitivamente con il passato senza alcuna posizione di comodo creando un vero proclama della nuova cultura nera, alla ricerca del riscatto e delle sue aspirazioni. Sono 40 minuti leggendari dove, per la prima volta, otto musicisti cooperano in contrapposizione, improvvisando a turno i loro solos sotto la guida attenta di Coleman e con interludi prearrangiati, punti di riferimento per ulteriori slanci. [...] In Free Jazz, Ornette Coleman è il provocatore, il demistificatore che suscita mille perplessità ed insinua volutamente mille dubbi. Un monumento mitico a cominciare dal dipinto 'White Light' di Jackson Pollock in copertina.

1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/Mauro Ronconi/Arcana




Personnel: Ornette Coleman (alto saxophone); Eric Dolphy (bass clarinet); Don Cherry, Freddie Hubbard (trumpet); Charlie Haden, Scott LaFaro (bass); Billy Higgins, Ed Blackwell (drums)


Tracks: 1.Free Jazz 2.First Take






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flac
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