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Anche se Coleman non fu soddisfatto appieno del risultato finale di questo disco, in quanto non ebbe nemmeno il tempo di provare con l’orchestra se non dopo alcune brevi messe a punto, questo album è una pietra miliare dell’improvvisazione e della musica moderna in generale. Lui, che cercava sempre di far qualcosa di diverso con incisioni curatissime e dai titoli avveniristici come “ Change Of The Century” ( Il cambiamento del secolo ), “ Shape Of Jazz To Come “ ( La forma del jazz che verrà ) oppure “ Something Else “ ( Qualcos’altro ) fatto entrare in fretta e furia in uno studio di registrazione con il tempo contato per metter in pratica quel credo sul quale ha costruito l’intero suo sistema musicale chiamato “ harmolodic system “. Con questo sistema il musicista pone sullo stesso piano le relazioni tra melodia, ritmo e armonia, elementi che in altre musiche non sono mai paritari, uno ha sempre la meglio sugli altri. Coleman cerca di parificarli andando all’essenza del materiale musicale, contemplando il tutto e non privilegiandone solo un aspetto. In questo modo, ritmo, melodia e armonia si allineano e si sviluppano contemporaneamente secondo l’intenzione più adatta a quel momento. Il musicista spiega il perché non si deve modificare un certo approccio secondo accordi predeterminati, secondo tonalità o una chiave. L’intonazione deve essere un fatto naturale, non fatto preordinato. Perché devi leggere in chiave di sol? Devi leggere secondo il desiderio del momento, in modo che l’approccio sia spontaneo, avvicinarti alla musica secondo la tua chiave naturale, solo così si potrà improvvisare spontaneamente. “ Skies Of America “ si sviluppa su questi concetti. 21 movimenti in cui l’improvvisazione diventa composizione istantanea, ovvero autentica improvvisazione naturale. La London Symphony Orchestra che segue le traiettorie del suo sax contralto, mentre la batteria in completa libertà ritmica sottolinea il polso di una fase nuova, nonostante certi sapori che potrebbero far pensare, per il cozzarsi di frasi diverse, alle composizioni di Charles Ives e Bèla Bartòk. L’aggressiva “ The Silver Screen “, le emozionanti “ Love Life “ e “ Sunday in America “ o la bellezza di “ The Men Who Live In The White House “ sono caposaldi di un sistema musicale tra i più intelligenti ed originali nella storia della musica contemporanea.

Mauro Ronconi






Personnel: Ornette Coleman (alto saxophone); David Measham (conductor); London Symphony Orchestra.

Tracks: 1. Skies of America 2. Native Americans 3. Good Life, The 4. Birthdays and Funerals 5. Dreams 6. Sounds of Sculpture 7. Holiday for Heroes 8. All of My Life 9. Dancers 10. Soul Within Woman, The 11. Artists in America, The 12. New Anthem, The 13. Place in Space 14. Foreigner in a Free Land 15. Silver Screen 16. Poetry 17. Men Who Live in the White House, The 18. Love Life 19. Military, The 20. Jam Session 21. Sunday in America



Spoiler :
mp3 320
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Questo è il disco della svolta, dopo il quale la musica di Davis non sarà più uguale a prima.Due lunghi brani (anzi quattro accoppiati Shhh/Peaceful e In a silent way/It’s about that time) dall’andamento lento e meditativo per lasciare che le idee fluiscano libere da condizionamenti, senza coordinate pre-fissate in un gioco di incastri in parte ottenuto in fase di montaggio, cosa per l’epoca perlomeno originale.Davis comincia a recepire altre influenze, James Brown, il batterista Buddy Miles, il rock/soul/funky di Sly and the Family Stone e soprattutto Jimi Hendrix con il quale si parlò di un progetto comune. Tutto questo si riflette – seppur non ancora così fortemente come nel disco successivo – in In a silent way dove non c’è una vera e propria melodia ma una lunga serie di assoli che si stendono sul suono liquido e diafano ottenuto dal piano elettrico (ce ne sono ben tre all’opera) e bene si combinano con le insistite pulsioni ritmiche scandite da Holland e Williams e con il suono sciamanico della tromba di Davis. Completano la magia di un disco il cui ascolto lascia senza fiato il soprano di Shorter e la chitarra di McLaughlin che, arrivato solo da pochi giorni dall’Inghilterra, nessuno sapeva cosa avrebbe suonato.

Francesco Soliani – jazzer.it




In a Silent Way / It's About That Time




Personnel:
Miles Davis: trumpet
Herbie Hancock: electric piano
Chick Corea: electric piano
Wayne Shorter: tenor sax
Dave Holland: bass
Josef Zawinul: electric piano & organ
John McLaughlin: guitar
Tony Williams: drums

Tracks:
1. Shhh / Peaceful (Miles Davis)
2. In a Silent Way / It's About That Time (Josef Zawinul)



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Se a livelli quantitativi la produzione di Sun Ra non ha mai avuto cali, gli anni ’60 sono stati particolarmente proficui in termini di qualità; vale sicuramente la pena accennare a dischi come Nothing is… (Esp-disk) e all’ottimo Outer spaceways incorporated (Black lion) prima di soffermarci un po’ più approfonditamente su questo Atlantis che chiude idealmente il decennio. Mai come in questo disco è evidente il dualismo della musica di Sun Ra: infatti i primi 5 brani – il “lato A” dell’LP per capirci – sono dei piccoli lavori dove troviamo Sun Ra da solo al Hohner clavinet (un modello di pianoforte elettrico di produzione tedesca) su uno stuolo di percussioni di evidente origine africana. Le atmosfere vanno da quelle più letargiche di Mu e Yucatan nella versione “Saturn”, al funk ante-literam di Lemuria, fino all’orgia percussiva di Yucatan nella versione “Impulse” (inserita nel 1973 quando quell’etichetta ha ripubblicato il disco) e di Bimini. Di tutt’altro tenore i quasi 22 minuti della suite Atlantis: ritorna l’Astro-infinity Arkestra al gran completo con il leader al Gibson Kalamazoo organ (quello di Manzarek dei Doors per capirsi) per produrre un coacervo sonoro di difficile decifrazione con continui cambiamenti di ritmo e tonalità. La materia musicale è densissima e lascia l’ascoltatore attonito, investito com’è da una massa quasi informe e senza punti di riferimento in un’astrazione quasi assoluta.

Francesco Soliani – jazzer.it










Personnel: Sun Ra (Clavinet, organ); Marshall Allen (flute, oboe, alto saxophone, percussion); Danny Thompson (flute, alto saxophone); Pat Patrick (flute, baritone saxophone, percussion); Robert Cummings (bass clarinet); Danny Davis (alto saxophone); John Gilmore (tenor saxophone, percussion); Wayne Harris, Ahk Tal Ebah (trumpet); Bob Northern (French horn, horns); Charles Stephens, Ali Hassan (trombone); C. Stephens, Chip Stephans (horns); James Jacson (drums, log drum, percussion); Clifford Jarvis, Bob Barry, Robert Barry (drums, percussion).



Tracks: 1. Mu 2. Lemuria 3. Yucatan - (Saturn version) 4. Yucatan - (Impulse version) 5. Bimini 6. Atlantis





Spoiler :
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Uno dei capolavori del movimento free-jazz. Il primo album registrato da Sanders dopo la morte del suo maestro John Coltrane a cui collaborano fra gli altri Lonnie Liston Smith, ex pianista di Gato Barbieri e il cantante e percussionista Leon Thomas che in seguito farà parte della band di Carlos Santana. Nato nel 1940 a Little Rock, Arkansas, Farrell Sanders inizia a studiare pianoforte , clarino e batteria per poi dedicarsi al sax tenore con il quale comincia a suonare con dei gruppi all’Università di Oakland. Dopo qualche anno si trasferì a New York e grazie all’interessamento di Don Cherry ottenne il suo primo ingaggio da professionista. Lì conobbe prima Sun Ra, con il quale lavorò a stretto contatto ( fu lui a soprannominarlo “ Pharoah “ cioè il “ Faraone “ ) e poi John Coltrane, la sua influenza musicale più importante , suonando nei suoi dischi di sperimentazione free-jazz " Ascension " e " Meditations ". Musicista geniale, estroso e creativo , Sanders realizzò due dischi “ Pharoah “ e “ Tauhid “, quest’ultimo considerato la sua vera opera prima , lavoro dove metteva in risalto l’interesse per la religione Hindu e le divinità egiziane. Musica coraggiosa diretta conseguenza del misticismo e la spiritualità dei lavori di Coltrane. Era il tempo che l’artista dichiarava : “ Più cerco dentro di me e più posso conoscere ciò che io sono e quali sono le radici dell’esistenza, perché Dio è uomo e perché l’uomo è Dio ”. L’autentico momento di partenza di questi concetti è “ Karma “, un viaggio di magnifico free-jazz o come coniato al tempo di spiritual-jazz costruito su due composizioni ” The Creator Has A Master Plan “ e “ Colors “, ma soprattutto la prima con le liriche di Leon Thomas, è una pietra miliare di musicalità libera dove il senso del ritmo e della melodia dell’artista viene intervallato da suoni frenetici, assolo di sax infuocati, il pianoforte di Liston Smith nervoso ed ammaliante. Sono quasi 33 minuti di sofferenza, di travaglio interiore, esplosioni di suoni, oasi di tranquillità e speranza, in un climax misterioso, spirituale, quasi insostenibile . Canta Thomas : " C’era una volta, quando la pace era sulla terra e le gioia e la felicità regnavano. Ogni uomo conosceva il suo valore. Nel mio cuore come desidero ardentemente il ritorno di quello spirito; e piango, mentre il tempo vola. C’è un posto dove l’amore splende in continuazione, e l’arcobaleno è l’ombra di una presenza divina, e il calore del suo amore illumina il cielo, e libera. Vieni con me, non ti accorgi. Il Creatore ha un piano supremo: pace e felicità per ogni uomo. Il Creatore ha fatto una sola preghiera: felicità su tutta la terra. “ E il sax suona con calma poi con impeto, l’assolo di flauto e le percussioni sono un magico fluire e rifluire, poi il piano si allarga melodioso e il basso determina il tempo e queste parole si spargono nell’aria. Questa composizione diventerà uno standand del jazz ripresa felicemente da gente come Don Cherry e Louis Armstrong. La seguente “ Colors “ con il contrabbasso di Ron Carter sono 5 minuti di meditazione, di pace, di liberazione e non poteva essere altrimenti, dopo aver ascoltato le suggestioni visionarie e cosmiche di quelle urla verso il cielo dove la risposta è solo nel cielo.

Mauro Ronconi





Track listing: 1. "The Creator Has a Master Plan" Part 1(Sanders, Thomas) 2. "The Creator Has a Master Plan" Part 2(Sanders, Thomas) 3. "Colors" (Sanders, Thomas)

Personnel: * Pharoah Sanders - Sax (Tenor) * Leon Thomas - Percussion / Vocals * Julius Watkins - French Horn * James Spaulding - Flute (on track 1) * Lonnie Liston Smith - Piano * Reggie Workman - Bass * Richard Davis - Bass (on track 1) * Ron Carter - Bass (on track 3) * Billy Hart - Drums (on track 1) * Freddie Waits - Drums (on track 3) * Nathaniel Bettis - Percussion (on track 1)




Spoiler :
vinyl rip flac
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Registrato in un sol giorno (26 gennaio 1968), questo lavoro è il simbolo del movimento free al bivio che rischia, da un momento all’altro, di cacciarsi in un vicolo cieco. Sheep guarda al jazz di cui ha sorpassato la definizione ingaggiando elementi cosmopoliti come Don Cherry e Sun Ra. Un chiaro segno dell’urgenza di rinnovamento improntata su lucidità di fraseggio e freschezza inventiva supportata da un nucleo di musicisti come Ron Carter, Roy Haynes e Jimmy Owens su tutti, che assecondano le imprevedibili esecuzioni del suo sax tenore. […] The Way Ahead ha un’opposta concezione di fondo: musica che si evolve sulle basi del passato senza cancellarlo, ma sviluppandolo. Fondamentale mediazione per un restauro.


1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/Mauro
Ronconi/Arcana


Fiesta





Personnel: Archie Shepp (tenor saxophone); Charles Davis (baritone saxophone); Jimmy Owens (trumpet); Grachan Moncur III (trombone); Walter Davis Jr., Dave Burrell (piano); Ron Carter, Walter Booker (bass); Beaver Harris, Roy Haynes (drums


Tracks:
01. Damn If I Know (The Stroller)
02. Frankenstein
03. Fiesta
04. Sophisticated Lady




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pass: sergingus
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Il sublime e misterioso testamento di Coltrane, che lo incise quando era già minato dal male che pochi mesi dopo lo portò alla tomba. Una musica in cui gli slanci e le furie del passato riappaiono solo a tratti, come fantasmi: mentre il clima dominante è di serena congiunzione panica con l'universo e con Dio. Pagina unica nella storia della musica è il diafano To Be, in cui Coltrane suona il flauto, evocando luoghi immaginari di pace assoluta. Un'opera di chi già sente di non essere più di questo mondo.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



To Be



Personnel: John Coltrane (tenor saxophone, flute); Pharoah Sanders (flute, piccolo, tambourine); Alice Coltrane (piano); Jimmy Garrison (acoustic bass); Rashied Ali (drums).


Tracklist
01. Ogunde
02. To Be
03. Offering
04. Expression
05. Number One



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Dovendo indicare un solo disco di Taylor, molti sceglierebbero questo. La grandiosità della concezione - due ampi brani di venti minuti l'uno - e lo svolgimento insieme imprevedibile e ferreamente logico, non bastano a spiegare il fascino di quest'opera, che avvince l'ascoltatore fin dall'inizio, grazie alla straordinaria bellezza dei suoi temi. Tra i solisti, oltre agli abituali collaboratori di Taylor, spicca Bill Dixon, ospite d'eccezione, e apportatore di un ispirato elemento di contrasto.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



Conquistador




Personnel:
Cecil Taylor (piano)
Bill Dixon (tromba)
Jimmy Lyons (sax alto)
Henry Grimes, Alan Silva (contrabbasso)
Andrew Cyrille (batteria)

Tracks:
01. Conquistador (Taylor)
02. With (Exit) (Taylor)
03. With (Exit) [alternate take] (Taylor)



Spoiler :
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Opera infernale e celestiale, segna il punto di rottura del quartetto Coltrane, da cui Tyner ed Elvin Jones si staccarono subito dopo, gettando la spugna. Se si ha il coraggio di oltrepassare il paesaggio sonoro da fantascienza dei primi minuti - un diluvio di fischi e tambureggiamenti in cui nessun essere umano parrebbe potersi addentrare senza timore - si affronta un viaggio tra visioni sulfuree, urlanti, arroventate, e visioni cristalline, mormoranti, fresche e rigeneratrici. Coltrane costruì l'opera come un collage di cinque composizioni distinte, in cui le opposte polarità si alternano in modo sconcertante ma sagacemente pianificato; e i suoi assolo sono di una semplicità ascetica.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)



Serenity




Personnel: John Coltrane (tenor saxophone, percussion); Pharoah Sanders (tenor saxophone, tambourine, bells); McCoy Tyner (piano); Jimmy Garrison (acoustic bass); Elvin Jones, Rashied Ali (drums).

Tracklist
01. The Father and The Son and The Holy Ghost
02. Compassion
03. Love
04. Consequences
05. Serenity



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Grazie a John Coltrane nel 1964 Sheep ottiene un contratto con la Impulse. Con questa label il sassofonista registrerà due lavori, “ Fire Music “ e “ New Thing At Newport “ insieme al vibrafonista Bobby Hutcherson. In quel periodo la negritudine e l’africanismo sono le parole chiave negli ambienti jazz, tanto che i grandi protagonisti come Max Roach, Charles Mingus, i Jazz Messengers, Cecil Taylor, John Coltrane in un modo e nell’altro guardano all’Africa realizzando dischi che diventano il primo appoggio alla cosiddetta “ black revolution “. Nasce una linea di sviluppo nella quale si identifica presto la riscoperta e la “ purificazione “ della cultura africana… Archie Sheep con questo disco assurge immediatamente a protagonista di questo movimento che non aveva precedenti perché mai la musica era stata così prossima all’ideologia come all’interno di questo fenomeno. Così, nel momento più infuocato del free, quando imperversava la fascinazione psichedelica e l’influenza del nazionalismo afro-americano, il sassofonista sintetizza in “ Fire Music “ quello che andava sperimentando da anni nella sua vita : dall’impegno politico alla lotta sociale, dal gusto per il recitativo ai suoi amori jazzistici per Ben Webster e Duke Ellington, fino allo sberleffo verso un certo tipo di musica sudamericana che andava per la maggiore. La composizione più emblematica e articolata del disco è “ Hambone “, che si apre con un tempo cadenzato segnato dal contrabbasso su cui si dipana, in discordanza ritmica, un corale di fiati dal vocalizzo atonale. Ad un certo punto la musica si ferma; quindi riparte con una frase di quattro battute che ricorrerà per tutto il brano e che dà il via a un altro più complesso fraseggio ( sempre a quattro voci ) dopo il quale il brano ricomincia. Il primo assolo è quello di Ted Curson, mentre in sottofondo gli altri strumenti oscillano e ripetono una frase tra il 7/4 e 5/4. Un assolo lirico, acido che si scioglie in un passaggio ritmico libero. I tempi si fanno r&b a sostenere il sax alto di Marlon Brown e il trombone di Joseph Orange. E’ un affresco ricco di trovate, di carica emotiva da togliere il fiato. Una musica “ cattiva “, carica di violenza sonora, ribelle come il solo di Sheep che urla selvaggiamente in un clima tribale di esaltazione collettiva fino a spegnersi, ma soltanto per tornare al corale dell’inizio. “ Los Olivados “ ( significa “ I Dimenticati “ ) prende il titolo di un film di Bunuel che alterna sequenze ritmiche lentissime ad altre velocissime con frasi dal taglio tipicamente bop, eseguite volutamente “ fuori tempo “ ad affermare l’importanza dell’improvvisazione collettiva. “ Malcom, Malcom, Semper Malcom “ era in origine una lunga session intitolata “ The Funeral “ scritta per sax alto e dedicata a Edgar Meavers, un altro leader del Black Power. Quando Malcom X viene assassinato, Sheep riscrive il brano adattandolo per sax tenore. Il pezzo inizia con il leader che recita una sua poesia e prosegue in un contesto sonoro dai toni dolenti, funebri. Qui gli intenti rivoluzionari trovano una particolare forma di sublimazione. Un brano che ha un legame strettissimo con il processo evolutivo del Black Power, il quale proponeva in termini molto duri il riscatto e il recupero della negritudine come momento emergente ed esaltante dell’identità umana…Qualcuno insinuò – a torto – un rapporto di amore-odio di Sheep nei confronti di Duke Ellington, in quanto il “ Duca “ veniva percepito dai militanti più radicali come il classico nero asservito completamente dall’industria e al sistema dei bianchi. Ma non era affatto così. Il sassofonista nutriva infatti un profondo rispetto per la musica ellingtoniana e “ Prelude To A Kiss “ – uno dei suoi temi più celebri – viene offerto qui in una versione lenta, languida, affettuosa, densa di invenzioni solistiche. E’ lo stesso Sheep ad affermare : “ Ho scelto questa composizione perché in fondo sono un sentimentale. Duke ha scritto alcune delle più belle ballad in America e spesso mi ispiro a lui “. L’album si chiude con la parodia di “ The Girl From Ipanema “. La famosa composizione di Jobim, che era l’hit discografico del momento, diventa una canovaccio su cui opera il musicista giocando la carta di un caleidoscopio di trovate sul tema, elaborato secondo una prospettiva quasi mingusiana: lo scopo è di stravolgere la cosiddetta musica commerciale sino a renderla sgradevole, grottesca, quasi inascoltabile. Dopo questo lavoro, Sheep si ritrovò ovviamente fuori da certi circuiti di consumo, ma si guadagna l’ammirazione dei musicisti più colti ed eruditi. “ Fire Music “ resta ancora oggi un album emblematico, concomitante con un processo evolutivo legato alla musica come ideologia. Il riscatto e il recupero della negritudine sono visti come un momento chiave dell’identità e sottolineano la necessità della protesta, quella che Antonio Gramsci chiamò “ capacità di odiare “ nel nome più inviolabile dei diritti: farsi uomini e riconoscersi. A tale proposito rimane storica una dichiarazione di Sheep : “ Io sono un artista antifascista. La mia musica è funzionale. Io suono la mia morte per mano vostra. Io esulto perché vivo a vostro dispetto. Do una parte di tutto questo a voi ogni volta che mi ascoltate, il che attualmente non succede mai. La mia musica è per il popolo. Se sei un borghese, allora devi ascoltarla secondo i miei termini…

1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/ Ronconi Mauro/ Arcana





Tracks:
1. Hambone 12:05
2. Los Olvidados 8:36
3. Malcolm, Malcolm, Semper Malcolm 4:40
4. Prelude to a Kiss 4:41
5. The Girl from Ipanema 8:18
6. Hambone [live] 11:52

Personnel:
Archie Shepp - Sax (Tenor)
Marion Brown - Sax (Alto)
Fred Pirtle - Sax (Baritone)
Ted Curson - Trumpet
Virgil Jones - Trumpet
Joseph Orange - Trombone
Ashley Fennell - Trombone
Reggie Johnson - Bass
David Izenzon - Bass
Joe Chambers - Drums
J.C. Moses - Drums
Roger Blank - Drums
Rudy Van Gelder - Engineer



Spoiler :
mp3 320kbps
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"Ascension" è il disco della svolta definitiva, Coltrane abbraccia completamente gli stilemi del free jazz e per l'occasione riunisce attorno al suo storico quartetto (McCoy Tyner, Elvin Jones, Jimmy Garrison), alcuni dei musicisti più importanti dell'avanguardia jazz (Eric Dolphy, Freddie Hubbard, Archie Shepp, Pharoah Sanders, Marion Brown, John Tchicai e altri).

Ha scritto Arrigo Polillo: "Come aveva già fatto Coleman per Free Jazz, egli [Coltrane, N.d.R.] concepì la sua opera-esecuzione-rito come una serie di assoli liberamente improvvisati, raccordati fra loro da passaggi d'assieme preordinati; questi ultimi sono basati su accordi, però opzionali, mentre altre parti sono atonali. La giustapposizione di idee tonali a passaggi atonali, le sovrapposizioni di brandelli melodici a uno sfondo informale, magmatico, ribollente, la grande tensione dei gridanti assoli e il contrasto di questi con la polifonia collettiva, e infine il tempo veloce concorrono a creare un clima di grande eccitazione. Durante la registrazione - assicura chi c'era - le persone presenti in studio non poterono trattenersi dal gridare"[1].


[1] Arrigo Polillo, Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana, Mondadori, Milano 2009, pag. 736.


Ascension [Edition II]



Personnel: John Coltrane (tenor saxophone); John Tchicai, Marion Brown (alto saxophone); Freddie Hubbard (tenor saxophone, trumpet); Pharoah Sanders, Archie Shepp (tenor saxophone); Dewey Johnson (trumpet); McCoy Tyner (piano); Elvin Jones (drums).


Tracks:
1 Ascension [Edition II]
2 Ascension [Edition I]



Spoiler :
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La sconvolgente rivelazione di una musica che, in un colpo solo, fa tabula rasa di tutti i problemi, i dubbi, le strategie di ricerca: un salto, compiuto con animale spontaneità, verso un mondo nuovo, di reale libertà da tutto, anche dalle proprie opinioni. Il disco ricevette all'epoca recensioni scandalizzate (una da Kenny Dorham, che su Downbeat gli diede zero). Oggi non appare neppure più tanto sconvolgente, proprio perchè‚ ha fatto saltare un tappo incrostato, liberando gli spiriti e le menti di tante persone, incluse quelle che sono andate ancora più avanti.

Marcello Piras - Il jazz, I dischi, i musicisti, gli stili - Editori Riuniti (01 novembre 1998)








Albert Ayler Trio: Albert Ayler (tenor saxophone); Gary Peacock (bass); Sunny Murray (drums).


Tracks:
1 First Variation
2 Wizard
3 Spirits
4 Second Variation



Spoiler :
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pas: sergingus
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L’ultima grande svolta stilistica all'interno del jazz. Questo manifesto aggressivo e durissimo e stato l'elaborazione compiuta di una tecnica e di un linguaggio basato esclusivamente sulla libertà formale degli esecutori. É l'anarchia sonora che rompe con la tradizione dove l'unico elemento che vi resta agganciato indissolubilmente è la negritudine. Con Free Jazz, Coleman e il suo Double Quartet spezzano le regole e rompono definitivamente con il passato senza alcuna posizione di comodo creando un vero proclama della nuova cultura nera, alla ricerca del riscatto e delle sue aspirazioni. Sono 40 minuti leggendari dove, per la prima volta, otto musicisti cooperano in contrapposizione, improvvisando a turno i loro solos sotto la guida attenta di Coleman e con interludi prearrangiati, punti di riferimento per ulteriori slanci. [...] In Free Jazz, Ornette Coleman è il provocatore, il demistificatore che suscita mille perplessità ed insinua volutamente mille dubbi. Un monumento mitico a cominciare dal dipinto 'White Light' di Jackson Pollock in copertina.

1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/Mauro Ronconi/Arcana




Personnel: Ornette Coleman (alto saxophone); Eric Dolphy (bass clarinet); Don Cherry, Freddie Hubbard (trumpet); Charlie Haden, Scott LaFaro (bass); Billy Higgins, Ed Blackwell (drums)


Tracks: 1.Free Jazz 2.First Take






Spoiler :
flac
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pass: sergingus
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"Contours" è uno dei dischi più importanti degli anni sessanta. Registrato il 21 maggio del 1965, i cinque brani sono tutti frutto della mente creativa di Sam Rivers, un musicista schivo, riservato, amante della vita tranquilla, contrario ad ogni tipo di compromesso. Per questo disco la Blue Note gli mette a disposizione alcuni dei migliori musicisti del momento: il grande trombettista Freddie Hubbard, il miglior contrabbassista del momento Ron Carter, Herbie Hancock al piano e Joe Chambers alla batteria. Il risultato è un album eccezionale, carico di energia con invenzioni straordinarie e assolo entusiasmanti.






Personnel:
Sam Rivers (flute, soprano saxophone, tenor saxophone);
Freddie Hubbard (trumpet);
Herbie Hancock (piano);
Ron Carter (bass instrument);
Joe Chambers (drums)



Tracks:
1. Point of Many Returns
2. Dance of the Tripedal
3. Euterpe
4. Mellifluous Cacophony
5. Mellifluous Cacophony (Alternate Take)



Spoiler :
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Armstrong, Ellington, Parker attraverso attraverso cinquant'anni di jazz, da New Orleans al free-jazz passando per il be bop ed il gospel. Con questa opera di enorme rilevanza estetica, Mingus raggiunge la conciliazione tra composizione e improvvisazione. [...] The Black Saint And The Sinner Lady è una costante esplorazione  in chiaroscuro immersa dentro le sonorità sospese e rarefatte di un jazz così vasto da non essere ricondotto ad alcuna metodologia critica. Un crescendo di sensazioni infinite e ricche di dettagli, di orchestrazioni a grandi scale. [...]


1900-2000 Musica dal pianeta terra. Dal Jazz al Rock 200 CD da salvare/Mauro Ronconi/Arcana



Personnel: Charles Mingus (piano); Jay Berliner (guitar); Jerome Richardson (flute, soprano saxophone, baritone saxophone); Dick Hafer (flute, tenor saxophone); Charlie Manano, Charlie Mariano (alto saxophone); Richard Gene Williams , Rolf Ericson (trumpet); Quentin Jackson (trombone); Don Butterfield (tuba); Jaki Byard (piano); Dannie Richmond (drums).


Tracks

01-Track A Solo dancer
02-Track B  Duet solo dancers
03-Track C Group dancers
04-Mode D Trio and group dancers; Mode E Single solos and group dance; Mode F Group and solo dance

Flac
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Pass: sergingus
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"Point of Departure" é un disco basilare per ogni discoteca jazz che si rispetti. Per quella session del 21 marzo del 1964, la Blue Note mette a disposizione di Andrew Hill un cast che definire stellare potrebbe sembrare riduttivo. Le cinque composizioni (tutte scritte da Hill) del disco originale sono pezzi vulcanici e trascinanti, che travalicano e superano le forme consuete del jazz.


Tratto da Jazz 101 di Flavio Caprera 








Personnel: Andrew Hill (piano); Eric Dolphy (alto saxophone, flute, bass clarinet); Joe Henderson (tenor saxophone); Kenny Dorham (trumpet); Richard Davis (bass); Tony Williams (drums).



Tracks: 1. Refuge 2. New Monastery 3. Spectrum 4. Flight 19 5. Dedication 6. New Monastery - (alternate take, bonus track) 7. Flight 19 - (alternate take, bonus track) 8. Dedication - (alternate take, bonus track)






Spoiler :
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Password: bartel75
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La sua musica ormai non lascia scampo ed arriva ovunque decida di arrivare. E' il picco creativo di Mingus con un " small band ". Egli raccoglie intorno a se Eric Dolphy (il partner ideale a quel tempo che sapeva dialogare con spunti e soluzioni alla pari del Maestro), Ted Curson e Dannie Richmond come attorno ad un'idea, ad un'estetica, ad un fare musica dove l'improvvisazione non è casualità ma fonte primaria della creazione e del suo sviluppo. Le registrazioni delle " first takes " furono realizzate in un solo pomeriggio stemperate in un'atmosfera da club notturno. Straordinaria l'apertura di " Folk Forms No. 1 " e il sublime diverbio sonoro di " What love ", dove Dolphy spinge al limite la sua tecnica al clarinetto basso.

Jam n. 66/ Mauro Ronconi




Personnel: Charles Mingus (bass); Eric Dolphy (alto saxophone, bass clarinet); Ted Curson (trumpet); Dannie Richmond (drums)



    Track List
1. Folk Forms, No. 1 
2. Original Faubus Fables 
3. What Love 
4. All The Things You Could Be By Now If Sigmund Freud's Wife Was Your Mother




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Senza mezzi termini – perché proprio non ce ne possono essere – questo è il capolavoro, uno dei dischi più belli ed importanti di tutti i tempi (e non solo in ambito jazz), il punto più alto raggiunto dalla ricerca spirituale di un musicista per il quale la musica era divenuta un mezzo per elevarsi verso Dio. Così la lunga suite in quattro movimenti non è altro che un’esperienza mistica, un ringraziamento ed un abbandono verso il Creatore che con il suo “amore supremo” l’ha riportato sulla giusta via dopo un periodo di confusione. A love supreme è qualcosa che bisogna vivere, fin dall’invocazione iniziale di un uomo che mette a nudo la propria anima grazie al suo strumento. E dopo il ringraziamento, il proposito di fermezza – Resolution, appunto – con l’energia espressa dal sax e dall’intesa mai così perfetta del quartetto intero, a cui seguono la perseveranza (Pursuance ) e il salmo finale calibrati esempi di integrazione perfetta tra solisti.

Francesco Soliani – jazzer.it






Personnel: John Coltrane (vocals, tenor saxophone); Archie Shepp (tenor saxophone); McCoy Tyner (piano); Jimmy Garrison, Art Davis (bass); Elvin Jones (drums).





Tracks

1. Acknowledgement Part 1
2. Resolution Part 2
3. Pursuance Part 3
4. Psalm Part 4



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Quattro brani, quattro standard per un disco storico, sorta di compendio di improvvisazione inciso con 3/4 di quello che sarà il suo quartetto storico; l’anima fortemente ritmica e percussiva che gli è propria prende le mosse dal drumming potente ed innovativo di Elvin Jones che è di continuo stimolo per il saxofonista, e si completa nel pianismo del giovanissimo McCoy Tyner - fino a quel momento non particolarmente conosciuto – che ha un approccio allo strumento molto dinamico e percussivo, con la ripetizione di voicing e di rapide cascate di note. Ulteriore novità è la riscoperta e l’utilizzo da parte di Trane del sax soprano che all’epoca era di fatto uno strumento caduto un po’ in disuso. Si parte dal pezzo forte, ovvero My favorite things , valzer di Rodgers e Hammerstein che Coltrane al sax soprano letteralmente scompone e ricompone a piacere, utilizzandone il tema dalla fragranza orientale come una sorta di mantra ripetuto con ipnotica ossessione, mentre Tyner sostiene il leader con blocchi granitici di accordi e l’improvvisazione si fa sempre più complicata ed avvolgente. Questo brano resterà una specie di marchio di fabbrica del saxofonista tanto che continuerà a riproporlo nei sui concerti, fino a trasfigurarlo e renderlo irriconoscibile come si può ascoltare nell’ultima performance di The Olatunji concert. In Everytime we say goodbye è lo spiccato senso melodico che emerge: Coltrane - sempre al soprano – e ancor più Tyner danno una magistrale prova di lirismo e anche Jones raffedda la sua batteria con un gioco di spazzole. Completano l’album due brani di Gershwin,Summertime che assume una vena decisamente drammatica nel tenore del leader e nel lavoro di Tyner e una solida versione di But not for me. Dalle stesse sedute di registrazione sono stati tratti altri due dischi importanti che vale la pena di ricordare: Coltrane plays the blues e soprattutto Coltrane’s sound con una dolcissima Central Park West e una versione di Body and soul da brividi, grazie soprattutto ad uno splendido Tyner.

Francesco Soliani – jazzer.it







Track Listing
1. My Favorite Things
2. Every Time We Say Goodbye
3. Summertime
4. But Not For Me
5. My Favorite Things (Part 1) - (single version, bonus track)
6. My Favorite Things (Part 2) - (single version, bonus track)



Personnel:
John Coltrane (soprano & tenor saxophones);
McCoy Tyner (piano); Steve Davis (bass);
Elvin Jones (drums).
Recorded at Atlantic Studios, New York, New York on October 21, 24 & 26, 1960





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